30/12/2016

INTERVISTA A MASSIMO CASARINI, 34 ANNI DI ATTIVITA’ DA COACH E… “FORTUNATO A VIVERE QUESTA ESPERIENZA MAGIKA”
 
Massimo Casarini è al terzo anno alla Magika come senior assistant.
Una figura fondamentale di grandissima esperienza e capacità di analisi. 
 
In questi giorni tra Natale e Capodanno in cui Paolo Seletti è stato impegnato a Roma con la Nazionale Under17, la Magika ha ripreso ad allenarsi sotto le direttive dei due assistenti, Massimo Casarini e Andrea Martinelli. Quest’ultimo lo scorso anno regalò a Max una maglietta con il Monte Rushmore e le facce di quattro padri del gioco, al posto degli originali Presidenti Americani: Mike Krzyzewski, Phil Jackson, James Naismith e appunto Massimo Casarini. Al di là della goliardata, la maglietta è una prova della stima e dell’affetto verso una persona di valore e con valori, verso un allenatore con una grandissima esperienza, ma come lui stesso fa notare “non vuol dire che se una cosa la fai da tanto automaticamente la capisci”, alla quale abbina una preziosa capacità di analisi, del gioco ma non solo, e il suo apporto è stato più volte ritenuto da Coach Seletti “fondamentale”. Qui un’intervista a Casarini toccando vari temi.
30 dicembre 2015
INTERVISTA A MASSIMO CASARINI, 34 ANNI DI ATTIVITA’ DA COACH E… “FORTUNATO A VIVERE QUESTA ESPERIENZA MAGIKA”
 
Massimo Casarini è al terzo anno alla Magika come senior assistant.
Una figura fondamentale di grandissima esperienza e capacità di analisi. 
 
In questi giorni tra Natale e Capodanno in cui Paolo Seletti è stato impegnato a Roma con la Nazionale Under17, la Magika ha ripreso ad allenarsi sotto le direttive dei due assistenti, Massimo Casarini e Andrea Martinelli. Quest’ultimo lo scorso anno regalò a Max una maglietta con il Monte Rushmore e le facce di quattro padri del gioco, al posto degli originali Presidenti Americani: Mike Krzyzewski, Phil Jackson, James Naismith e appunto Massimo Casarini. Al di là della goliardata, la maglietta è una prova della stima e dell’affetto verso una persona di valore e con valori, verso un allenatore con una grandissima esperienza, ma come lui stesso fa notare “non vuol dire che se una cosa la fai da tanto automaticamente la capisci”, alla quale abbina una preziosa capacità di analisi, del gioco ma non solo, e il suo apporto è stato più volte ritenuto da Coach Seletti “fondamentale”. Qui un’intervista a Casarini toccando vari temi.

Max, facendo un excursus sulla tua carriera, inizi raccontando come e quando e come è nata la passione per la pallacanestro?
 
“Mio padre ha giocato in Serie A ma non me l’aveva mai detto. Io l’ho scoperto in un campetto che avevo 13 e quindi avevo già perso un po’ di giri, però è un gioco che mi ha sempre appassionato e sono 46 anni che lo vivo. Non è che far pallacanestro per molto tempo la faccia capire meglio. C’è gente che la fa da sempre e non ha mai capito un accidente. Però se oltre alla passione hai un pochettino di sbuzzo o sei nato con quelle determinate capacità, puoi anche elaborare un modo di interpretarla che sia gratificante per te e per chi alleni.”
 
Quando e come hai iniziato ad allenare?
 
“Ho iniziato ad allenare perché un mio amico che allenava una squadra femminile mi ha chiamato e mi ha detto “io avrei bisogno che venissi a darmi una mano ad allenare le lunghe”. Si chiama Giovanni Vecchi ed era al Dopo Lavoro Ferroviario. Ho detto “Perchè no?” Avrò avuto 25 anni circa. In quel periodo stavo giocando, ma stavo giocando una pallacanestro che non mi piaceva e avevo capito che per stare sereno avrei dovuto cominciare a produrne un’altra su delle basi diverse e l’unico modo era allenare. Così ho iniziato, poi dopo due/tre mesi è arrivato e mi ha detto “io non ho più tempo per allenare, la squadra è tua, buon divertimento!” E quindi l’avventura è nata così, dal niente a tutto e mi son dovuto industriare un pochettino.”
 
Da allora sono 34 anni per Massimo Casarini in panchina. Una decina di stagioni al DLF con varie promozioni, tre anni in A2 con la squadra di Civolani, tre anni alla Salus in C1, più di 10 anni alla Polisportiva Lame e poi la Magika, con la quale è al terzo anno. Max a questo excursus aggiunge che “ho sempre perseguito il fatto di interpetarlo come un college: molto passing game, molto sviluppo dei giocatori, molto cuore… è un sistema.”
 
Chi sono gli allenatori che ammiri di più?
 
“Secondo me non bisogna andare a vedere tutti, è sbagliatissimo. Come non bisogna parlare con tutti. Capisci se vale la pena o non vale la pena e parli con pochi, approfonditamente e bene. Però non si può neanche mettere insieme tutto creando un Frankenstein, rischi di prendere un pezzo da tutti e alla fine non si capisce di chi è il corpo… e non è possibile questo. Tu devi farlo su tre quattro idee di base fortissime che ti portano ad avere alcune frecce al tuo arco: per esempio difensivamente devi avere un pressing, una uomo, una zona… Il 90% degli allenatori sa fare una cosa bene, due pochi, tre mai. E allora le cose si fan complesse. E soprattutto tutti sono attaccati alle loro convinzioni o alle loro preferenze. Non bisogna avere preferenze come scelte. Riguardo ai giocatori sai già, o dovresti sapere, che quelli che dovrebbero essere bravi si squaglieranno spesso e volentieri e quelli che non fuma nessuno riveleranno delle qualità umane e di tenacia tali che diventeranno indispensabili. Lo dico per esperienza e comunque devi andare col cuore, più che con le qualità. Poi è vero che le partite non le vincono i giochi ma le vincono le giocate e per far le giocate servono i giocatori, ma se non hai gente di cuore tu all’azione in cui bisogna far la giocata non ci arriverai mai. Condividi con i giocatori talmente tanto tempo che se non apprezzi uno dal punto di vista umano e morale non puoi starci assieme, oppure è evidente la tua disistima, amarezza, insoddisfazione. Bisogna insegnare a un guerriero, non dare le armi a una bella e impossibile. E poi non c’è la rete in mezzo, c’è bisogno di gente che ci metta il corpo, l’anima, non che faccia i gesti belli, deve fare i sacrifici enormi, non i gesti belli. Sui giochi, tu puoi anche voler giocare a uomo, ma se quel giorno lì il dividendo maggiore te lo dà correre sulle mani, quel giorno lì corri sulle mani. Quindi non lo sai mai cosa ti serve: provi, vedi cosa serve quel giorno e ciò che fa il massimo differenziale lo fai. A me non interessa giocare una partita a zona 40’ anche abbracciati dentro l’area: se quel giorno li serve quello li si fa quello li. Poi ci divertiamo più avanti.”
Quanto è importante che ci sia anche altro oltre alla pallacanestro e quali sono i tuoi interessi e le tue passioni maggiori oltre la pallacanestro?
 
“Il gioco è fatto di agonismo e relazione. Quindi ci possono essere giocatori importantissimi che giocano poco ma sono fondamentali per il gruppo e hanno la stessa importanza di quelli veramente talentuosi che fanno dei grandi minutaggi. E poi c’è il discorso della natura e della cultura: la natura è quella con cui uno arriva, col proprio talento, con le proprie caratteristiche e poi dopo ci deve lavorare sopra. Per esempio la Toscana è un impasto di natura e cultura: se fosse rimasta natura sarebbe coperta ancora dalla foreste e invece lavorandola l’hanno fatta diventare vigneti, oliveti… luoghi belli. Allo stesso modo deve fare un giocatore: se si accontenta della sua natura arriva ben poco in là, se invece aggiunge cose e non si aggrappa a quelle poche certezze che matura da bambino e se le porta dietro per 20 anni cercando di capitalizzarle al massimo e cerca di essere flessibile, adattabile, aggiustabile… avrà la fortuna di trovare delle situazioni che chiederanno a lei di sviluppare delle qualità e tirarle fuori che non avrebbe mai esplorato da solo, perché gli avversari i compagni e gli arbitri son dei compagni di gioco e capire come si comportano e cosa pensano ti consente di sviluppare al meglio le tue qualità. Invece tutti i giocatori cercano di piegare le situazioni alle loro caratteristiche. Quando cambi squadra non sai mai cosa trovi, che bisogni ci sono… tu devi andar lì con lo spirito di servizio non con il desiderio di fotocopiarti, se ti fotocopi stai perdendo del tempo, se sviluppi invece una parte di te è una benedizione dal cielo quindi non devi chiuderti nelle tue pseudo certezze, devi assolutamente far venir fuori delle cose che non conosci neanche tu e ringraziare che hai degli allenatori, dei compagni, degli avversari che ti consentono di sondare. Ci sono delle persone che hanno paura. Una mia amica di fronte al Camino de Santiago de Compostela ha detto “ma è vero che stando da soli fai un’introspezione molto potente e vedi la tua vita in maniera diversa, da un certo punto più distaccato e quindi fai delle valutazioni e quindi rimetti in discussione e quindi rinegozi… “si” Io non lo farò mai, io ho paura. Quella paura li è quello che ti fa rimanere piccolo.”
 
Terzo anno alla Magika, come valuti questi tre anni e cosa è la Magika?
 
“Mi ritengo fortunato a vivere questa esperienza perché sono anziano e potrebbe essere già arrivato il momento di dire basta e se invece sono ancora qua vuol dire che è una cosa che merita. Alla mia età non bisogna avere egoismi e vivere un tramonto, ma bisogna essere a supporto di qualcuno giovane che ha le stesse energie di quando ero giovane io e ha la stessa passione che avevo io e se possibile dargli una mano, ma è difficile perché è un ruolo strano, non frequente ed è un ruolo che ha senso praticare qualora ci sia un capo allenatore bravo a sufficienza da meritare questo sacrificio. Quello che succede è che il capo allenatore, che comunque ha tutte le responsabilità, che comunque prende gran parte delle decisioni ed è la voce principale, ascolta e dà il senso allo sforzo che fai. All’inizio mi sentivo un po’ pirla e mi chiedevo che cosa sto a fare qua. Adesso oltre all’amicizia che c’è sempre stata, c’è collaborazione.”
 
Quali sono state le più grandi soddisfazioni nella pallacanestro, da appassionato e che ti hanno coinvolto in prima persona?
 
“Le più grandi soddisfazioni sono state quando, giocatori ma soprattutto giocatrici che ho allenato, di cui ho visto anche i figli, dopo 10, 20, 30 anni… una di quelle persone ti vede da lontano e anziché girare l’angolo, viene, attraversa la strada e ti abbraccia. Quella è la soddisfazione di un allenatore. Perché da capo allenatore tu devi tirargli fuori tutto quello che hanno, non puoi aver la presunzione di aggiungere cose che non hanno. Tiri fuori quello che hanno. Ma farlo è una cosa cruenta, per te e per loro e ci può essere un livello di amicizia moderato, ma poi quando l’agonismo, la fatica o la sofferenza si stemperano e si ritorna nella vita comune persone normali escono i sentimenti in maniera evidente, perché son rimasti solo quelli ed esce se ci sono o non ci sono. Per il resto ho assistito a delle saghe meravigliose, la saga della Virtus di Porelli, ancor più che quella della Virtus di Cazzola. Ho visto dinastie, perché poi seguendo certa pallacanestro vedi dinastie, per esempio a livello di college basketball. C’è una tradizione, un certo modo di fare, i giocatori che vengono da lì li vedi. Mi piacerebbe che i giocatori che ho allenato si distinguano un po’ per il comportamento, la tenacia, l’amore per il gioco… Non sono robine da poco. Ancor più delle vittorie dei campionati senior, la più grande soddisfazione è stata la vittoria del campionato Under19 dello scorso anno. E’ stata un roba che… non ci son parole per descriverla.”